‘Parliamo di un mondo al femminile colorato di verde, in cui ogni gesto quotidiano nasce dalla consapevolezza dei propri consumi e delle proprie azioni. E ci dedichiamo al benessere naturale della donna nella vita di tutti i giorni ma soprattutto “in quei giorni”…’ >>

sad young woman holding pregnancy testAd un certo momento nella vita si decide che si è pronti per avere un bambino. Qualche volta, però, la gravidanza non arriva subito come ci si aspetta e dopo qualche mese (per le più ansiose) o anche uno-due anni di tentativi si incomincia a fare qualche accertamento, prima più banale poi più approfondito e impegnativo.

Ma cosa succede quando tutti questi esami risultano perfetti e non si trova alcun problema? Le alternative che vengono abitualmente proposte sono solo due: o continuare ad aspettare e provare, oppure entrare in un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA).

In effetti la medicina ufficiale non ha molte possibilità di aiutare le donne che decidono di non sottoporsi alle tecniche, peraltro piuttosto invasive, di PMA: se non si è evidenziata una patologia, per esempio un deficit dell’ovulazione, non si può nemmeno consigliare una terapia.

Se ci chiediamo perché sempre più coppie non riescono ad avere un bambino, la prima risposta è senz’altro l’aumento dell’età, che determina un declino significativo della capacità di concepimento; tuttavia, sempre più spesso la problematica interessa anche coppie giovani, che talvolta hanno indicatori di fertilità paragonabili a quelli di persone molto più avanti negli anni.

In questo ha verosimilmente un ruolo determinante il cambiamento radicale dello stile di vita che si è instaurato progressivamente a partire dall’inizio della civiltà industriale: vita sedentaria, con sempre maggior tendenza al sovrappeso e alle problematiche collegate, e alimentazione “moderna”. Infatti, a partire soprattutto dal secondo dopoguerra, le materie prime sono state modificate per ottenere derivati raffinati, di più facile conservazione e minore costo, ma totalmente privi di valore nutrizionale, con il conseguente paradosso di un eccesso di alimentazione ma una carenza di nutrienti. Ciò è vero per gli zuccheri, ma anche per i cereali, il latte e i latticini, gli oli.

La dottoressa Kousmine nel secolo scorso, studiando le malattie degenerative come i tumori, le patologie autoimmuni, cardiocircolatorie e così via, scoprì che potevano essere indotte o prevenute in topi di laboratorio semplicemente somministrando una dieta raffinata o integrale. Sulla base di queste osservazioni sperimentali mise a punto un programma alimentare che in fondo non è altro che il ritorno all’alimentazione di cento anni fa: legumi, cereali integrali, oli spremuti a freddo, pochi zuccheri e solo integrali, pochissime proteine animali e tanta verdura e frutta. Nelle sue casistiche riporta, oltre a straordinari successi nel campo delle malattie degenerative, anche numerosi casi di gravidanze in donne sterili o infertili; questo però non deve stupirci, perché vitamine e oligoelementi introdotti con il cibo (e profondamente diversi da quelli chimici che si assumono in pillole!) sono alla base del funzionamento enzimatico, a sua volta responsabile della produzione di ormoni e in definitiva della corretta attività di tutti gli organi e i tessuti.

Anche l’attività fisica gioca un ruolo importante, perché regola naturalmente la produzione di insulina, che in eccesso può arrivare a bloccare o rendere meno efficiente l’ovulazione e l’impianto dell’embrione, oltre a stimolare la produzione di endorfine che combattono l’ansia e lo stress.

Pertanto, i primi passi da compiere sono un attento esame del proprio stile di vita e l’applicazione delle indispensabili correzioni, specie sul piano alimentare.

Un altro aiuto può venire anche dalla medicina tradizionale cinese, per la quale la sterilità è legata a uno squilibrio energetico che può essere corretto dall’agopuntura e dalle appropriate terapie a base di erbe.

Se poi, come spesso accade, entra in gioco una componente di natura psicologica (per esempio paure o rifiuto inconsci), può essere molto utile una terapia con i fiori di Bach o con rimedi omeopatici ad alta diluizione, in questo caso selezionati da un omeopata esperto.

Quindi, se abbiamo deciso di non ricorrere a tecniche di PMA ma di seguire il corso naturale degli eventi, non siamo costrette ad aspettare in modo passivo, ma abbiamo davanti numerose strade da percorrere, alla ricerca di una gravidanza ma anche di un maggiore benessere fisico e di un miglior equilibrio psicoemotivo, a condizione di essere disposte a rivedere e cambiare molte nostre abitudini sbagliate.

 Dottoressa Roberta Raffelli

 

 

 

 

Il compost è un terriccio molto fertile che nasce dal processo di compostaggio dei rifiuti organici.  Guardando “da vicino” la nostra pattumiera dell’umido possiamo notare, al suo interno, scarti vegetali, avanzi di cibo, potature – che possono divenire fertilizzante naturale anche nelle compostiere domestiche – ma anche prodotti realizzati con bioplastiche compostabili che – a seconda delle indicazioni riportate – potranno andare nella nostra compostiera di casa o, in alternativa, dovranno essere conferiti nella raccolta differenziata dell’umido e quindi lavorati negli impianti industriali. Per capire perché oggi ci sia tutta questa attenzione al mondo dei prodotti compostabili e al loro ritorno alla terra è opportuno fare qualche passo indietro nella nostra storia recente. Come ricorda Fulco Pratesi, quando l’Italia era un paese a prevalente cultura contadina gli scarti dell’orto e i residui di cibo, venivano reimpiegati per l’alimentazione degli animali o usati nei campi come fertilizzante e sovescio: ogni cosa aveva origine da elementi naturali e i rifiuti praticamente non esistevano.

Compost with composted soilCon la crescente emigrazione della popolazione contadina verso le città, il legame con le campagne si è rarefatto e anche quei “rifiuti”, che oggi sono individuati come “frazione umida” della nostra pattumiera, hanno finito per diventare un problema, arrivando a rappresentare circa il 40% del peso del nostro sacchetto domestico. Perché mandare in discarica ciò che prima era una risorsa e veniva riutilizzato? Questa domanda hanno cominciato a porsela sia le pubbliche amministrazioni che l’Unione Europea che hanno iniziato ad incentivare la riduzione dei rifiuti indifferenziati in favore del ritorno all’… humus. Grazie a campagne di informazione e incentivi economici (a partire dalle riduzioni della tassa sui rifiuti), si sono diffuse infatti compostiere da giardino o da balcone – ivi incluse quelle fai da te – e si sono sviluppati sistemi di compostaggio industriali. Negli impianti arrivano innanzitutto i rifiuti organici che già si “raccolgono separatamente” come quelli dai mercati ortofrutticoli, il fogliame e le potature di parchi e giardini e poi gli scarti di mense, sagre e quelli provenienti dalla raccolta differenziata che costituisce il “segreto” di un compost di qualità. Più pura, infatti, è la raccolta differenziata, migliore sarà il prodotto finale. Già, ma qui è nata una seconda domanda: come migliorare la “purezza” garantendo l’efficienza della raccolta? La risposta – per la quale grandi meriti li ha proprio la ricerca italiana – è arrivata dai cosiddetti biopolimeri: piatti, bicchieri e posate realizzate con bioplastiche compostabili al 100% possono essere utilizzati in sagre, ecofeste e mense e gettati assieme ai residui di cibo nella raccolta dell’umido. Così, per la differenziata a casa, gli ecosacchetti – oggi in teoria gli unici usa e getta ammessi dalla legge in Italia (ma è bene controllare che siano marchiati come “compostabili”) – possono essere comodamente usati, dopo aver fatto la spesa, nei cestelli areati per differenziare l’umido.

Una curiosità: lo sapete che anche la bustina che – all’interno della scatola – avvolge gli assorbenti di Organyc è ecologica e compostabile al 100%? Ora sapete perché è meglio buttarla nell’umido. E da voi si fa la raccolta della frazione organica?

Letizia Palmisano

 

 

 

Gesundes Frühstück mit Obst und Joghurt genießenL’osteoporosi è un problema di cui poche donne prendono coscienza prima della menopausa, quando vengono consigliati i primi controlli. Purtroppo è un’occasione mancata, perché la vera prevenzione comincia da giovani, addirittura nell’adolescenza, e riguarda soprattutto un corretto stile di vita.

Cerchiamo quindi di capire di che cosa si tratta.

L’osteoporosi è la progressiva decalcificazione delle ossa che si verifica fisiologicamente con l’età, in entrambi i sessi. Spesso però nelle donne  dopo la menopausa, con la riduzione degli estrogeni, assume un andamento rapido, portando a una fragilità dello scheletro con predisposizione alle fratture, soprattutto del femore e vertebrali, calo di statura e incurvamento della colonna.

Un ruolo importante nell’insorgenza di questa patologia è dato dalla genetica: chi ha familiari che soffrono di osteoporosi è più a rischio di svilupparla. Altri fattori di rischio sono la menopausa precoce, l’ipertiroidismo, la celiachia, l’anoressia e in generale l’assenza prolungata di mestruazioni, il fumo, la scarsa attività fisica, la mancanza di vita all’aria aperta e poi molti farmaci: chemioterapici, cortisone, inibitori di pompa protonica (farmaci per la gastrite o il reflusso), anticoagulanti, antiepilettici, diuretici ecc.

Sono molte le ragioni per cui l’osteoporosi è diventata negli ultimi decenni una problematica così diffusa: sicuramente c’è l’aumento della durata della vita media, il cambiamento dell’alimentazione, molto più ricca di proteine e zuccheri e povera di cibi freschi e integrali, la vita sedentaria, l’abitudine al fumo e il poco tempo che si trascorre all’aria aperta.

Molto spesso viene considerato un fattore predisponente non mangiare latticini, per via del loro abbondante contenuto di calcio. È una convinzione del tutto sbagliata, purtroppo sostenuta anche da molti medici, nonostante studi epidemiologici di vasta portata abbiano dimostrato che le popolazioni che consumano più latte e formaggi hanno un tasso di osteoporosi molto maggiore rispetto a quelle che non ne assumono. Infatti, uno dei principali  fattori causali della perdita di calcio da parte dell’osso è l’acidità dei tessuti. Dato che l’organismo per vivere ha bisogno che il suo pH sia mantenuto costante, se si abbassa, per esempio a causa dell’introduzione di alimenti acidificanti, entrano in gioco i cosiddetti sistemi tampone, ossia dei meccanismi che lo riportano nei parametri di normalità. Uno dei principali sistemi tampone è proprio l’osso, che interviene liberando calcio nel sangue per neutralizzare l’eccesso di acidità. È evidente che quanto più un cibo è acidificante, tanto più favorirà questo processo: quindi tutti i cibi proteici, soprattutto di origine animale, sono sfavorevoli per le ossa, così come gli zuccheri e gli amidi raffinati, l’alcool e le bevande gassate. Ottimi per un apporto di calcio sono invece molti semi, soprattutto il sesamo, la frutta secca, i legumi e varie verdure.

L’attività fisica nell’età nello sviluppo è essenziale per consentire una corretta costruzione dell’apparato muscoloscheletrico e anche in seguito è protettiva:  direttamente per azione sull’osso e indirettamente per rinforzo del tono muscolare.

Un ruolo fondamentale per le ossa è dato dalla vitamina D, che si assume con gli alimenti ma che necessita della luce solare per essere attivata. Le creme con filtro solare bloccano questo processo ed è quindi importante esporsi al sole senza protezione almeno per un breve periodo nelle ore di irraggiamento meno forte, oltre a preferire quando possibile attività sportive all’aria aperta a quelle in palestra.

Il fumo e l’alcool esercitano un danno diretto sulla struttura ossea: evitare queste dipendenze fin da giovani è indispensabile.

In fondo, quello che le nostre ossa ci chiedono non è strano: alimentazione sana e naturale con tanta frutta e verdura, pochi zuccheri e poche proteine  animali; attività fisica all’aria aperta, no al fumo, alcool con molta moderazione, farmaci solo se veramente indispensabili. E a questo punto sembra ancora strano che sia diventata una delle patologie caratteristiche della società moderna?

Dott.ssa Roberta Raffelli

 

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Tata Francesca (SOS Tata), Elasti (nonsolomamma), Francesca Moscarelli (Around Family), Dalila Bonelli (Casa Delirio). E incontri anche per i più piccoli con Federica Migliotti della Compagnia Teatro Viola, Massimiliano Maiucchi e i laboratori con iBaccelli. Questi gli ospiti decisamente “wo-mum” di Storie, saperi e sapori, la rassegna  nata sotto il segno della sostenibilità femminile e dedicata anche ai bambini che Organyc ha deciso di sostenere. La rassegna sarà osptiata a Roma, dal 30 settembre al 4 dicembre, presso la sala da the/libreria Saporiti (Montesacro).

Visto che uno dei principali problemi delle wo-mum è trovare del tempo per sé, lo staff offre una pratica soluzione: l’agenzia di baby-sitting A misura di mamma, partner nel progetto, selezionerà gratuitamente 5 tate che potranno rimanere a casa con i bambini durante gli appuntamenti della sezione wo-mum.

Gli ospiti:

Francesca Valla, meglio conosciuta come Tata Francesca di SOS Tata, presenterà il suo libro E’ facile fare la mamma…se sai come si fa (Mondadori), per affrontare specifiche tematiche legate alla genitorialità (7 ottobre h 17.00). Claudia De Lillo nota come Elasti, autrice del blog nonsolomamma, giornalista e neo-conduttrice di Caterpillar am su Rai Radio2, ci racconterà il suo Dire, fare, baciare (Feltrinelli) un libro per figlie ma anche un po’ per mamme (7 novembre h.17.30), Francesca Moscarelli co-fondatrice di AroundFamily.it presenterà il portale guida on line per i viaggi e il tempo libero dedicato alle famiglie, fatto da genitori per i genitori (28 ottobre h.17.30). Infine Dalila Bonelliautrice di Casa Delirio (Giunti) parlerà della sua personale visione del multitasking, un mix di delirante quotidianità e auto-ironia (4 dicembre h.17.00)

Gli eventi per i bimbi:

Gli incontri pensati per i più piccoli prevedono: uno spettacolo in rime con Massimiliano Maiucchi, noto giocoliere, attore e cantastorie (30 settembre h.17.00). Un laboratorio con iBaccelli in cui i bambini si cimenteranno con stoffe e colori nella realizzazione di “bambo- le” personalizzate molto particolari (21 ottobre h.17.00) e una fiaba celtica narrata da Federica Migliotti della Compagnia Teatro Violaaccompagnata dall’arpa (20 novembre h. 17.30).

Storie, Saperi e Sapori, dal 30 settembre al 4 dicembre presso Saporiti in viale Gottardo, 62 Roma. Tutti gli eventi sono su prenotazione www.storiesaperiesapori.com

Indian Father and son having fun recycling and donatingSe è vero che giocando si impara a vivere, l’esperienza del gioco, specie nella prima infanzia, può essere improntata alla sostenibilità ambientale e alla sicurezza dei più piccoli (e non solo!).

Ma in che modo possiamo rendere “ecologico” lo svago dei nostri bambini di tutte le età? Intanto, accertandoci che i giocattoli che proponiamo ai nostri figli siano del tutto privi di sostanze chimiche inquinanti e nocive, come ftalati, formaldeide e metalli pesanti. La normativa di settore ne vieta l’impiego in articoli per l’infanzia, e la presenza del marchio CE costituisce una prima garanzia di sicurezza. Molti prodotti, inoltre, riportano espressamente la dicitura “senza ftalati” sulla confezione.

A ulteriore garanzia di salubrità e sostenibilità, si può optare per balocchi realizzati con materiali naturali, come il legno, ma anche carta, stoffa e gomma. Nel caso del lattice o del caucciù, è fondamentale escludere la presenza di allergie nel bambino a cui è destinato il giocattolo, mentre per quanto riguarda il legno è importante accertarsi che l’essenza utilizzata non sia a rischio di estinzione, o non provenga da aree del Pianeta in cui le foreste sono fortemente minacciate (Sul sito di Greenpeace Italia è disponibile una guida sul legno sostenibile, utile anche per la scelta delle essenze per mobili, complementi d’arredo e parquet).

Attenzione anche alle vernici utilizzate per la colorazione dei giocattoli, che di solito spiccano per la varietà e la vivacità dei loro colori: meglio che siano ad acqua, atossiche e più “leggere” per l’ambiente. Anche la provenienza stessa del prodotto, inevitabilmente, ha un peso sul suo impatto ambientale: più lungo è il viaggio che il giocattolo ha dovuto affrontare per giungere fino a casa nostra, e maggiore sarà la sua impronta ecologica. Meglio dunque, se possibile, orientarsi sul made in Italy, tenendo comunque conto che la globalizzazione interessa naturalmente anche il mercato dei giocattoli. Stesso discorso per gli imballaggi: meglio scegliere prodotti presentati in confezioni il più possibile essenziali, preferibilmente realizzate in materiali riciclabili e uniformi. Ne gioverà anche il bilancio familiare, dal momento che il costo dell’imballo incide inesorabilmente sul prezzo complessivo del giocattolo. In rete e non solo, in ogni caso, sono sempre più diffusi marchi di giocattoli attenti alla sostenibilità a 360 gradi (dalle materie prime, all’imballaggio, dalla provenienza, alla riciclabilità). Qualche esempio? Portali specializzati come www.giochiecologici.it o www.ecogiochiamo.com offrono una vasta gamma di prodotti, ma anche colossi delle vendite online come Amazon o marchi storici di giocattoli, come La Città del Sole o Imaginarium, presentano molte opzioni green.

Prima ancora di procedere con gli acquisti, in ogni caso, quella di realizzare in casa i giocattoli, magari riciclando materiali altrimenti destinati alla pattumiera, può essere un’opzione molto divertente, oltre che istruttiva ed ecologica. Barattoli, bottiglie e altri contenitori, ad esempio, possono diventare tamburi, maracas e altri strumenti musicali (qui una raccolta di tutorial), mentre ritagli di stoffa e avanzi di lana o gommapiuma possono dare “vita” a bambole o pupazzi. Anche della semplice pasta, dei legumi o dei cereali, sono perfetti per la realizzazione di sonagli e altri strumenti. Amido di mais, sale, farina e olio, con un’aggiunta di succo di limone, possono invece essere usati per preparare in casa della pasta modellabile ecologica e… commestibile (la ricetta sul sito Quando Fuori Piove). Il fai da te, a prescindere dai materiali utilizzati e dalla qualità del risultato, rappresenta dunque il connubio ideale tra economia, sostenibilità e divertimento, specie se i diretti interessati vengono coinvolti in prima persona nella realizzazione dei giocattoli. Chi ha bisogno di spunti può consultare questa raccolta online di guide pratiche, ma un pizzico di fantasia è sufficiente per riuscire a sorprendere se stessi e i piccoli di casa.

Chi non volesse affidarsi all’handmade può comunque ricorrere al riciclo, riutilizzando giocattoli ormai abbandonati da fratelli maggiori, cuginetti e vicini di casa (assicuratevi sempre che i prodotti siano integri e in ottimo stato). Viceversa, è una buona abitudine quella di regalare o rivendere i giochi “dismessi” dai nostri figli: oltre a fare spazio in casa, all’insegna del decluttering, è un sistema efficace per allungare il ciclo di vita dei giocattoli.

Infine, ricordiamo che la natura rappresenta di per sé il palcoscenico ideale per i giochi dei bambini (e dei grandi!). Passare all’aperto più tempo possibile, in tutte le stagioni, è garanzia di divertimento e buonumore, oltre che un modo economico ed efficace per combattere sedentarietà e obesità infantile (qui una raccolta di spunti per riscoprire gli svaghi tradizionali, all’aperto e non solo). Se però i vostri ragazzi amano anche i giochi elettronici, nessun problema: basta non esagerare nel loro utilizzo e ricordarsi sempre di affidare alla raccolta differenziata le batterie esaurite e i giochi stessi, una volta divenuti obsoleti o non più funzionanti.

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puntura d' insettoCome resistere, nei mesi estivi, alla tentazione di giocare all’aperto con grandi e piccini? Il richiamo della natura diventa fortissimo durante la bella stagione, quando di solito si ha anche più tempo libero per approfittare di gite in campagna, passeggiate in collina e permanenze al mare. Piccoli inconvenienti, però, possono rovinare anche la più divertente delle scampagnate, soprattutto quando sono coinvolti dei bambini. Ecco allora qualche consiglio per affrontare in modo naturale incontri ravvicinati non esattamente graditi e altri incidenti di lieve entità.

Le punture di zanzara sono il più classico degli “accidenti estivi”, capaci, loro malgrado, di regalare notti insonni e fastidiosi ponfi, specie ai più piccoli o a chi, in generale, ha la pelle particolarmente delicata. Come fare, dunque, per evitare ronzii e punture pruriginose? Applicare una zanzariera alle finestre (e magari tenerne una sulla culla e sulla carrozzina dei neonati, è sufficiente anche un semplice quadrato di tulle) consente di prevenire il problema alla fonte, ma anche la natura ci mette a disposizione molti rimedi green per tenere lontani questi insetti un po’ molesti. Il più classico è forse la citronella, disponibile ormai in tantissime formulazioni: spray, creme, lozioni, cerotti, diffusori per ambienti e candele (attenzione ai potenziali incendi!), ma efficace anche come semplice pianta in vaso. In aggiunta  o in alternativa, si possono usare basilico, geranio (ideale soprattutto in balcone o in terrazzo) e oli essenziali di lavanda, rosmarino e menta, che però non andrebbero mai applicati direttamente sulla pelle dei bambini, ma utilizzati piuttosto nella preparazione di deodoranti per ambienti. Molto efficace, oltre che sostenibile al 100%, l’acquisto di una bat box, ovvero una casetta di legno per pipistrelli, che può essere posizionata in terrazzo o, per chi ne ha la possibilità, in giardino. L’ideale, per favorirne la “colonizzazione”, sarebbe collocarla in primavera, in una zona che si trova esposta direttamente ai raggi del sole almeno per qualche ora al giorno. Un singolo pipistrello è in grado di cacciare migliaia di zanzare in poche ore: ecco perché la bat box rappresenta un rimedio anti-punture di sicura efficacia, oltre che molto ecologico.

Ma le zanzare non sono le uniche “presenze estive” che possono dar luogo a incontri ravvicinati non troppo piacevoli. Le agognate vacanze al mare, ad esempio, possono comportare contatti dolorosi con meduse, tracine, razze e altri pesci urticanti. Per le meduse, la prima cosa da fare, una volta riguadagnata la riva, è versare dell’acqua marina sulla parte interessata. Anche dell’aceto bianco può aiutare a lenire i sintomi, grazie alla presenza di acido acetico. Fondamentale in ogni caso evitare di strofinare la parte lesa, per non diffondere ulteriormente le tossine urticanti nella pelle.

Ancora più doloroso “l’incontro” con la tracina, un pesce dotato di spine sulla pinna dorsale che vive sui fondali sabbiosi. Pestando accidentalmente il pesce col piede o con la mano, si può essere punti dagli aculei, che rilasciano nella una tossina che provoca un dolore immediato e molto intenso. Quando si viene punti da una tracina, per prima cosa è importante rimuovere accuratamente le spine rimaste eventualmente conficcate nella pelle. L’arto interessato va poi bendato a monte della puntura, così da ridurre la diffusione della tossina, per poi immergerlo in una bacinella piena di acqua calda. L’immersione dovrebbe durare per almeno mezz’ora, dato che il veleno della tracina viene inattivato dal calore. Gli stessi accorgimenti possono essere adottati in caso di contatto con altri pesci dotati di spine velenose, come razze, trigoni e scorfani. L’acqua calda è efficace anche per trattare le punture di riccio di mare, ma in questo caso si rivelano ancora più indicati gli impacchi con acqua di mare o trattata con un disinfettante (ricordate sempre di rimuovere tutti gli aculei con una pinzetta o con un ago sterile).

Fuori dall’acqua, invece, attenzione a vespe e api, le cui punture possono essere trattate con una soluzione di acqua e bicarbonato o acqua e limone, avendo l’accortezza, nel caso di un incontro ravvicinato con un’ape, di rimuovere attentamente il pungiglione prima di procedere al lavaggio della parte. Per calmare il dolore, inoltre, si può successivamente strofinare delicatamente la zona con uno spicchio d’aglio tagliato a metà, oppure applicarvi polpa di banana o succo di prezzemolo.

In ogni caso, è sempre opportuno rivolgersi a un medico qualora si noti la presenza di sintomi respiratori, anche lievi, dolore persistente o gonfiore particolarmente accentuato.

E cosa fare, infine, in caso di ruzzoloni e capitomboli? L’ideale, specie per i bambini, è applicare subito un preparato all’arnica, una pianta dai fiori gialli con proprietà antidolorifiche, antinfiammatorie e antisettiche note da tempo anche agli sportivi, che la usano spesso per contusioni e piccoli problemi muscolari. In commercio si trovano gel e pomate a base di arnica, che, oltre a lenire il dolore, prevengono la formazione di ematomi e riducono il gonfiore. Per rendere più efficace il trattamento, è possibile tenere il tubetto in frigorifero, in modo da garantire ai piccoli infortunati un’applicazione fresca e un maggiore sollievo. Anche in questo caso, naturalmente, è indispensabile consultare un medico in caso di incidenti particolarmente gravi, o quando il bambino mostri sintomi come nausea, vomito, tremori e sonnolenza.

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shutterstock_104073254L’estate forse non è ancora veramente arrivata, ma cambiamento climatico permettendo, cerchiamo di stare all’aria aperta e al sole il più possibile. È anche una preziosa opportunità anche per condividere più tempo con la propria famiglia, rallentare i ritmi quotidiani di solito così frenetici e passare intere giornate a contatto con la natura. E poi, diciamolo: i benefici della tintarella non sono soltanto estetici. L’esposizione, controllata e moderata, ai raggi solari contribuisce a migliorare l’umore, a lenire alcuni fastidi della pelle e a tonificare la muscolatura. Perché la vacanza al sole non si trasformi in un vero incubo, però, è fondamentale seguire una serie di accorgimenti, prestando attenzione soprattutto alla delicatissima pelle di bambini e neonati.

A cominciare dalla crema protettiva, che deve essere sempre spalmata generosamente prima dell’esposizione al sole, e riapplicata dopo ogni bagno al mare o in piscina, dopo la doccia, e comunque ogni paio d’ore circa. È indispensabile scegliere un fattore di protezione adeguato al proprio tipo e colore di pelle (fototipo), e per i bambini occorre utilizzare formulazioni specifiche e ad altissimo fattore di protezione (50 o superiori). Ma per quanto riguarda la composizione della crema solare, quali sono le scelte più indicate in termini di sostenibilità ambientale?

La maggioranza dei solari in commercio contiene dei filtri di tipo chimico. Si tratta, in altri termini, di sostanze che innescano una reazione chimica in grado di “neutralizzare” i raggi ultravioletti. L’inconveniente dei filtri chimici è che alcune sostanze molto utilizzate nelle creme protettive sono sospettate di interferire con il sistema endocrino, e in particolare di alterare il funzionamento degli estrogeni. È il caso ad esempio dell’Oxybenzone, che secondo l’organizzazione americana Environment Working Group è anche responsabile di reazioni allergiche, tanto che il governo giapponese lo ha sottoposto a importanti limitazioni d’uso. Sotto accusa c’è anche il 4-Methylbenzyliden Camphor, che, secondo il Comitato Scientifico Europeo dei prodotti al consumo (SCCP), a concentrazioni superiori al 4% potrebbe essere a rischio tossicità. È importante osservare che la comunità scientifica sta ancora dibattendo sulla presunta pericolosità di queste sostanze, ma per chi volesse optare per alternative più “naturali”, specie quando la pelle da proteggere è quella dei bambini, le opzioni non mancano.

Una possibilità viene dalla cosmesi Ecobio, che impiega di solito filtri fisici o minerali. Queste sostanze, come l’ossido di zinco o di titanio, costituiscono, come dice il nome, uno schermo “fisico” in grado di bloccare e riflettere i raggi UV, limitando i danni dell’esposizione solare. L’efficacia di queste creme solari è di norma molto alta, anche se la presenza di componenti minerali rende questi prodotti un po’ pastosi e leggermente difficoltosi da spalmare (ma basta riscaldare un po’ di prodotto tra le mani per semplificare l’applicazione). Le creme con filtri fisici, inoltre, richiedono una maggiore frequenza di applicazione, dal momento che, non essendo impermeabili, vengono “lavate via” molto facilmente da acqua e sudore.

Un’altra strada per un’abbronzatura sicura e più naturale è quella dei preparati fitoterapici, che contengono estratti di piante ad azione “filtrante”, spesso impiegate tra l’altro anche nei solari tradizionali. L’elenco delle piante “amiche della tintarella” è lungo, e comprende germe di grano, olio di sesamo, cocco, elicriso, camomilla, calendula, karité, melograno, macadamia, rosa moschata, jojoba e aloe. Come tutti i cosmetici di origine vegetale, questi prodotti possono dare luogo a reazioni allergiche nei soggetti predisposti, per cui è opportuno provarli con cautela, su una porzione limitata di epidermide, prima di applicarli sul resto del corpo. I solari con formulazione vegetale, inoltre, di solito non possono indicare in etichetta un fattore di protezione “certo” come le creme tradizionali, il che potrebbe in qualche modo complicare la scelta (e in ogni caso, è sempre importantissimo evitare il “fai da te”). Molte creme protettive ecobio, in realtà, contengono una combinazione di principi attivi vegetali e filtri minerali, in modo da combinare al massimo efficacia e praticità d’uso.

Qualunque sia la vostra scelta in fatto di creme solari, inoltre, ricordatevi di evitare l’esposizione al sole nelle ore più calde della giornata (dalle 12 alle 16), di fare indossare un berrettino, ed eventualmente una maglietta, ai bambini, e di non esporre al sole i neonati. E buone vacanze!

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